L’amore e l’assenza

18/11/2020

Era la fine degli anni 70 quando alla radio si cercava disperatamente la colonna sonora di Grease, o Figli delle stelle di Alan Sorrenti, passando per Tu di Umberto Tozzi (perché dabadan , dabadan non ha risparmiato nessuno!), ruotando in continuazione quella manopola plasticosa non appena i Disc jockey (all’epoca non si chiamava DJ) ci parlava sopra. Le play list all’epoca si facevano così: restando ore incollati alla radio aspettando di registrare la traccia giusta, senza interruzioni, nella mitica audio cassetta Maxell C60.
In quegli anni e con quella colonna sonora io andavo alle medie, ed ho sperimentato per la prima volta le pene dell’amore.
Lei si chiamava Erika P., in realtà mi piacevano anche altre ragazze, ricordo con tenerezza Roberta M. e sua cugina, (o forse è un falso positivo). Ma Erika aveva rubato il mio cuore. A quell’età non sai nulla della vita, figuriamoci dell’amore. So solo che ero pazzo di lei. Mi ricordo il cuore che sembrava uscirmi dal petto ogni volta che la vedevo. Un giorno in particolare restò impresso indelebilmente nella mia memoria, quando, invitata assieme agli altri amichetti alla mia festina di carnevale, Erika si presentò vestita da egiziana, con una lunga tunica bianca merlata d’oro. Aveva un nastro nella fronte e gli occhi truccati, proprio come Cleopatra. Ancora oggi, a distanza di 40 anni, non so se fosse davvero lei a muoversi al rallentatore, o se fossi io a dilatare il tempo quando la vidi. Quegli occhi già bellissimi, esaltati ulteriormente dal trucco restarono nel mio immaginario per anni. Proprio come accade sempre a quell’età, il mio desiderio di rendermi interessante mieteva una figuraccia dopo l’altra. Ancora oggi credo di essere sempre stato trasparente per lei, se non addirittura uno scemotto, ma per la prima volta nella mia vita sperimentai il desiderio. Non intendo solo agli ormoni impazziti di cui siamo stati vittime più o meno tutti, ma mi riferisco al sommo desiderio: la mancanza. La sua mancanza.
L’amore è mancanza. È desiderio per ciò che non si ha. Quando hai qualcosa, smetti di desiderarla, al massimo arrivi a goderne, ne approfitti; ma così si passa dal piano irrazionale al quello dell’esperienza. L’Amore invece non può mai essere razionalizzato. Puoi cercare di sublimarlo in qualche modo: l’arte risponde proprio a questo impulso. Ma l’Amore resta lì, inaccessibile come ogni sua cura.
Proprio il ricordo di questo amore inaccessibile, e della sensazione di mancanza che mi provocava, mi spinge a scrivere una cosa che non piacerà a molti.
Stiamo perdendo il desiderio, perché siamo abituati ad avere tutto. Proprio l’inesperienza della mancanza è la prima causa dell’incapacità di amare. Il primo killer è la tecnologia che soddisfa ogni desiderio.
Intendiamoci, io adoro la tecnologia, ne sono una vittima (consapevole) come tutti, ma almeno, prima, ho sperimentato quella mancanza. Prima dell’arrivo perentorio di questo mondo servo-assistito, ho provato quel desiderio irraggiungibile. Ci ho convissuto, l’ho metabolizzato e sono sopravvissuto ad esso. Da allora so che posso riuscirci.
Invece questo occidente ci sta viziando un po’ troppo. Ora è tutto accessibile, sempre, e da subito. Anche la sfera sessuale che ai miei tempi passava attraverso le foto sbirciate di nascosto delle modelle in lingerie del catalogo Postalmarket, è stata sdoganata completamente. Non esiste più il proibito.
Non sono un bacchettone che rimpiange i “bei vecchi tempi”, anzi sono consapevole delle enormi potenzialità del presente e immagino con meraviglia il futuro, ma sono solo preoccupato perché non stiamo ponendo nell’educazione la stessa attenzione che poniamo nella conoscenza. Fateci caso: nessun bambino d'oggi che io abbia avuto la fortuna di vedere, sperimenta più la noia. Invece l’esperienza della noia è necessaria perché ci rende consapevoli, e ci insegna che noi bastiamo a noi stessi. È formativa. Ci induce a creare uno scopo, ancor prima che a sceglierne uno preconfezionato.
Come un filosofo che ama la verità perché sa di non possederla, e ne sente la mancanza, io amo l’umanità che fatico a ritrovare.

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L’angoscia e la paura.

10/11/2020

Ai più sembrano 2 facce della stessa medaglia. No!
L’angoscia non ha un nemico, è uno stato d’animo dettato proprio dall'incapacità di determinare il “cosa”.
La paura il nemico ce l’ha, e ci si può almeno scagliare contro. Il mostro si vede e si riconosce, si può odiarlo, combatterlo.
E quindi è molto umano cercare di tramutare le angosce in paure. Ecco spiegato perché l’angoscia di un virus da cui non sappiamo come difenderci diventa odio. Abbiamo bisogno di dare la colpa a qualcosa o qualcuno. Non sono d’accordo con le limitazioni che ci stanno imponendo, ma sono certo che l’odio per il governo che chiude tutto, sarebbe lo stesso anche per un governo che lascia tutto aperto.
La nostra necessità di avere un colpevole è figlia stessa della nostra cultura, persino al Male abbiamo dovuto dare un volto.
Quindi, per il bene nostro, e degli altri, sarebbe molto meglio se prima di tramutare tutta la nostra angoscia in odio, fossimo in grado di capirla per poi imparare a conviverci un po’.
La prospettiva cambia. Il desiderio è assenza. Infatti non si può desiderare ciò che si ha già. Ma se la conquista non passa attraverso il desiderio, non si riesce nemmeno a godere di quella conquista. Mi riferisco al desiderio di ogni tipo, non certamente alla sessualità (quella è un impulso). Siamo troppo abituati a tutto, non abbiamo più nulla da desiderare, al punto che tutto è diventato un diritto. Credo che la privazione di alcune nostre “ovvie” libertà ci dovrebbe portare a desiderarle prima ancora che pretenderle. Per capirne il valore e tornare a goderne pienamente. Mentre tutti combattono con l’odio io combatto contro la mia paura di perdere il desiderio di convivere.
Io rivoglio gli abbracci.

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Sono partito, e lo rifarei. (storia vera)

03/11/2020

Io viaggio, tanto. Anzi lo facevo.
Sono mesi, tanti, che non posso più farlo.
Ma a fine ottobre un cliente in Polonia mi ha supplicato di andare a fare un’assistenza senza la quale non avrebbe potuto continuare lavorare.
Naturalmente non ho preso la cosa con leggerezza, ma considerato che la destinazione non era ritenuta particolarmente pericolosa, e non vi erano limitazioni di sorta, ho deciso di alleggerire l’animo del mio cliente, appesantendo un po’ il mio.
La prima sensazione arrivato in aeroporto è stata di smarrimento: io che passavo le giornate maledicendo per le code dei check-in, o le lounges troppo affollate, improvvisamente mi sono trovato a rimpiangere tutto quel mondo intorno.
Ecco com’era. Non c’era condivisione.
Anzi. Proprio il contrario. Condividere ora è male.
Infatti improvvisamente anche il mio naturale impulso di condividere col mio cliente i suoi problemi veniva messo in dubbio. Avrò fatto bene a mettere a rischio me stesso, e tutti i miei “congiunti” con me? Perché sono stato così superficiale?
La risposta non è semplice e ci ho messo un po’ per elaborarla ma è frutto di tutto quello che mi è accaduto.
Nonostante il check-in fatto naturalmente on-line, ho dovuto recarmi al banco per imbarcare la valigia e lì subito il primo fulmine. La signora mi guarda un po’ storto, probabilmente anche lei comincia a pensare di non voler condividere la sua vita con me, e mi dice che ha l’obbligo di informarmi che a Danzica “potrei essere sottoposto a quarantena”
Terrore!
Annullo tutto? Com’ è possibile? Avevo letto ogni fonte ufficiale, dal Ministero degli Esteri, al consolato italiano e tutti riportavano che addirittura non era neanche necessario l'esito del tampone, né nessun’altra certificazione. Lo faccio presente alla signora che nel frattempo comincia a considerarmi un po’ troppo invadente.
Così mi redarguisce sottolineando che la sua è una posizione altrettanto ufficiale.
I nostri sguardi rimangono così. Fermi.
Dopo un secondo interminabile mi chiede se intendessi ancora partire.
Sembrava una mamma che dice al figlio: “Non dire che non ti avevo avvisato” con quella sicurezza che solo le mamme hanno, quando sanno che farai la cazzata!
A quel punto, la sua poca voglia di condividere era diventata reciproca, e ho risposto “sì”
Parto, cazzo! Alla faccia tua, e della iella che mi vuoi portare.
Poi, incamminandomi verso il controllo all’ ingresso del gate ho realizzato la mia prima sconfitta: avevo lasciato che il buio altrui oscurasse la mia luce.
Al banco del check-in adoro essere gentile ed educato, ma lo faccio con sincero piacere. Cerco di restituire un po’ di gratitudine a chi molte volte ha di fronte persone poco inclini ad esserlo. Non nego che spesso questi modi mi abbiano fatto ottenere posti privilegiati a bordo, senza che lo chiedessi. Ed invece per la prima volta dopo molto tempo, mi sentivo derubato.
Ho cercato di recuperare la mia positività e per fortuna il personale ai controlli ha restituito ogni mio sorriso. Sono andato a fare colazione con una ritrovata speranza.
Forse non va così male.
Ho continuato a pensare positivo, dicendomi che stavo facendo la cosa giusta.
Però durante il viaggio, ad ogni bus che prendevo (ho fatto scalo a Monaco) la gente si affollava accanto a me e mi sentivo a disagio ad essere a disagio. Ho qualcosa che non va. Di sicuro.
Dentro di me continuava a crescere la convinzione che la strega del check-in avesse ragione: avevo fatto una cazzata.
Fino a quando non sono uscito dal terminal, e ho trovato il mio cliente così felice di vedermi che avrebbe voluto baciarmi, altro che stringermi la mano. Naturalmente non ci siamo toccati, ma in quel preciso istante ho capito perché avevo affrontato tutto.
Perché l’unica cosa che conta non è sopravvivere,
ma convivere.


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La cura che uccide

18/10/2020

Nella malaugurata ipotesi di una cancrena ad un piede, il punto in cui fare l’amputazione è cruciale.
Se si taglia troppo poco, si rischia di non scongiurare l’infezione e si espone il paziente al pericolo di vita.
Se si taglia troppo, potrebbe essere così invalidante da rendere molto difficile, o impossibile la riabilitazione.
Mi sembra che l’obiettivo di sconfiggere il virus, abbia preso il posto all'obbiettivo di preservare la “vita”.
So che sembrano la stessa cosa, ma restare vivi non è vivere. C’è un limite oltre il quale il rischio deve essere un’assunzione personale.
Anche mettersi ogni giorno in macchina prevede dei rischi (1.35 milioni di morti nel mondo ), tanto più alti, quanto meno prudenti si è alla guida. L’obbligo di avere la patente per guidare non impedisce comportamenti scellerati. Puoi essere coinvolto in un incidente (anche per colpa altrui) provocando magari un tamponamento a catena con molti feriti. Ma questo non ci impedisce di muoverci.
I morti per Covid-19 (1.1 milioni) sono poco meno di quelli degli incidenti stradali.
Non sono così poco lucido da non considerare le diversità ed i pericoli dati dal possibile incremento geometrico del virus, ma la battaglia non si dovrebbe vincere con gli obblighi ma con l’informazione.
Ecco il problema caro Stato!
HAI VOLUTAMENTE prodotto generazioni di “non pensanti” che nel momento in cui DEVONO trovare le informazioni, e trovano di tutto in rete (prima le gestivi facilmente con un paio di telegiornali al giorno), non hanno strumenti culturali per capire e pensare.
Hai lasciato che l’Italia diventasse l’ultimo paese in Europa per capacità di comprensione di un testo scritto. (dati OCSE)
Combattere l’analfabetismo non significa insegnare a leggere, ma insegnare a CAPIRE.
Insegnare a pensare.
E ora eccoti alla resa dei conti.
Taglia via la cancrena!
Potrai anche amputare alcune nostre libertà con la promessa di salvarci la vita, ma attento a come decidi di tagliare, perché morire dissanguati non è meglio che morire di cancrena.


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Il peccato è morto,
ed è un peccato.

06/10/2020

Se dovessimo fare un breve (anche un po’ superficiale) excursus del pensiero nell’ occidente, potremmo riassumerlo così:
in epoca greca l’uomo, come entità di natura si pone come osservatore e ne estrapola le leggi immutabili che “nessun uomo e nessun Dio fece”;
col cristianesimo l’uomo viene posto al vertice del “creato” e si passa dalla contemplazione alla categoria del dominio sulla Natura.
Ma ancora più interessanti sono le conseguenze che queste epoche hanno prodotto nella “psicologia del peccato”.
I greci avevano già sdoganato tutte le miserie umane inserendole nei miti o leggende, e da osservatori intelligenti quali erano, non avevano nessun bisogno neppure di “tollerare” le diversità perché ritenute anch'esse espressioni della Natura. Il “peccato” tuttavia esisteva, anche se non in senso cristiano del termine, e consisteva nel porre l’interesse dell’individuo prima della città. L’uomo, per i greci, aveva senso solo se “in relazione” all'altro. E chi pensa di poter vivere solo “o è bestia, o è Dio.”
In seguito il cristianesimo ha “vinto” sulla grecità perché ha regalato all'uomo la vita eterna, stravolgendone definitivamente la visione ciclica in cui la Natura pretende la morte per generare la vita.
Ma una fra le più grandi conseguenze del cristianesimo è stata l’ideazione del peccato. Da esso è stata fondata la stessa struttura della giurisprudenza moderna. La dominanza dell’intenzione sulla fattualità ha cambiato definitivamente i codici di giudizio, tanto che un omicidio (uguale nel risultato fattuale) può essere giudicato come colposo, preterintenzionale, premeditato. Non si giudica più il fatto in sé ma l’intenzione. Poiché l’intenzione non è oggettivamente sindacabile (interioritate hominis) ecco che per limitare al massimo la conflittualità sociale, fine ultimo di ogni regola civile, diventa rilevante anche il timore di Dio a cui nessuno può sottrarsi (a differenza della legge degli uomini). Si passa dalla visione greca in cui l’obiettivo era la salvezza della città, intesa come convivenza secondo le leggi di natura, alla salvezza dell’anima (propria).
Il cristianesimo infatti definisce incontrovertibilmente la centralità dell’uomo e la sua salvezza (della propria anima), rispetto alla società. È stato un cambiamento epocale che ha prodotto come conseguenza il senso di colpa, prima che la colpa. Così si è passati dai miti greci che insegnavano le regole e le miserie umane ai precetti religiosi. I comandamenti. La religione si è sostituita perfettamente e con i suoi insegnamenti ha gettato le basi di quella che è rimasta per millenni la nostra coscienza condivisa. Ci ha dato quella che consideriamo la nostra morale. Ma adesso? Fa ancora paura il giudizio di Dio? Ci lusinga ancora la promessa della vita eterna? No, non più. Non alla maggioranza, almeno.
Ecco il significato dell’espressione di Nietzsche: “Dio è morto”. È morto perché non fa più storia. Se levo la parola “Dio” dal medio evo, dove l’arte è arte sacra, la letteratura parla di inferno e paradiso, posso ancora capire la sua storia? No.
Ma se levo la parola “Dio” oggi? Riconosco ancora l’epoca? Certo, ma provate invece a togliere la parola denaro, o tecnica.
Questo mutamento ha portato alla sostituzione del senso di colpa col senso di inadeguatezza. La nostra identità sociale è sempre subordinata all'appartenenza, ma poiché quella religiosa ha lasciato posto a quella sociale, se non siamo adeguatamente “collocati” non troviamo scopo alla nostra esistenza, e poiché il futuro non è più una promessa (vita eterna) non retro-agisce come motivazione, lasciandoci vittime di quello che Nietzsche intuì cent’anni fa e chiamò nichilismo.
Ora la nostra più impellente necessità è riuscire ad essere “funzionari di apparato”. Un apparato talmente asservito tecnologicamente che invece di averci aumentato la libertà ci ha reso vittime e schiavi della stessa tecnica, talmente veloce da non consentire all'uomo di prevederne le conseguenze.
Sono conscio del fatto che non ho tracciato un bel quadretto, e anche del fatto che non ho prospettato alcuna soluzione.
Così, se proprio dovessi spingermi a fare delle previsioni, seguendo la mia predilezione per la visione greca del mondo, direi che dovremo abdicare dal nostro ruolo dominante e ricominciare a considerarci “dentro” la natura, così potremmo inserire anche tutto il nostro processo auto-distruttivo come parte integrante della stessa. Non è da escludere, infatti, che la Natura abbia necessità di ripetere il ciclo della generazione umana fino a quando non ne uscirà una specie degna della propria permanenza. Non dimentichiamoci che rispetto alla vita dell’universo l’uomo avrebbe potuto nascere ed arrivare fino a qui 6500 volte, consecutivamente.
A parziale consolazione ci vengono incontro le ultime teorie della fisica quantistica che ipotizzano un mondo probabilistico dove questa non è che una delle possibili realtà. E dove la realtà stessa è definita solo come interazione “fra le cose”, dove l’uno non esiste in assenza dell’altro (!).
Greci, gente seria!
Nota. Molte di queste considerazioni sono frutto di alcune conferenze del prof. Galimberti a cui ho avuto il piacere di assistere.
I riferimenti alla fisica quantistica sono liberamente estratti dalla lettura dei libri di Carlo Rovelli: Helgoland (ed. Adelphi); La realtà non è come ci appare (ed. Cortina Raffaello); Sette brevi lezioni di fisica (ed. Adelphi).


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SENTIMENTICIDIO!

15/09/2020

Basta , basta, basta. Possibile che al manifestarsi di un fallimento sociale, come un assassinio l’unica cosa che viene mente sia una nuova legge? Contro l’omofobia, contro il bullismo, e aggiungiamo l’aggravante di questo e di quello, e poi? Ma lo vogliamo capire che il percorso è esattamente inverso?
Se hai coscienza del male puoi decodificare il reato, non il contrario. A me non verrebbe mai in mente di uccidere, semplicemente perché è sbagliato, non perché è illegale. Il deterrente della punizione deve essere un cuscinetto di sicurezza, un’assicurazione sociale contro i fallimenti dell’educazione, ma non sostituirsi ad essa.
I sentimenti si imparano! Lo ripeterò fino alla nausea, come il prof. Galimberti.
E smettiamola con le categorie!!!
Abbiamo oramai bisogno di categorizzare tutto, oltre ogni reale necessità, solo per comodità.
Sia chiaro, le categorie sono la base stessa del nostro pensiero e costituiscono i mattoni essenziali della matematica.
Abbiamo bisogno delle categorie.
Ma cominciamo ad utilizzarle sempre, perché sono nostre amiche, ci rendono facile la vita.
Con le categorie è molto più semplice e veloce leggere la realtà e descriverla.
Così non basta dire omicidio, ma femminicidio, fra un po’ nascerà la categoria immigraticidio, omosessualicidio. Attenzione perché nel nostro cervello, queste divisioni provocano delle “cose”. Più rendiamo “speciale” una categoria, più ci allontaniamo dalla radice.
Non è più una persona (come te) che uccide un’altra persona (come te), ma una particolare categoria di persona che uccide un’altra categoria di persona. Con questa piccola differenza il nostro cervello ci esclude dalla responsabilità di essere quella persona. Così diventa istantaneamente un problema di altri e per altri.
Io ritengo che le risposte di pancia che ci ha regalato la politica in questi giorni siano emblema della totale incapacità di pensare con la testa e tantomeno di agire col cuore.
Come disse Gunther Anders (1902-1992).
"L'UMANITÀ CHE TRATTA IL MONDO COME UN MONDO DA BUTTAR VIA, TRATTA ANCHE SÉ STESSA COME UN'UMANITÀ DA BUTTAR VIA"


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La libertà è un abbaglio.

15/08/2020

Siamo liberi, veramente?
La libertà è un concetto talmente vasto e complesso che anche solo avvicinarsi ad esso è pericoloso.
Si tratta di merce così rara che è più utile spacciarne frammenti, piuttosto che sancirne l’improbabile (vorrei dire impossibile) esistenza.
Come ho già affermato più volte, la libertà non può mai essere considerata assoluta. Anche la tanto sbandierata “libertà di pensiero” si esplicita sempre rispetto a mappe cognitive e di sentimenti, che sono per loro natura delle vere e proprie briglie. Tutto è imbrigliato.
È come quando la mattina ci sentiamo liberi di vestirci come ci pare. È rassicurante sapere che è solo la nostra decisione a determinare come ci mostreremo al mondo. Però…
Ci sono parecchi però.
Innanzi tutto siamo liberi di scegliere il nostro look solamente fra quanto è disponibile nell’armadio.
E, come non bastasse, quello che abbiamo nell’armadio non dipende solo dalla nostra capacità/volontà di fare shopping, è strettamente legato alla nostra educazione, a dove siamo nati, a dove viviamo, al ceto di appartenenza, alla volontà di conformarci. Tutta una serie di briglie che inevitabilmente ristringeranno il nostro campo di scelte.
Ma dentro di noi appare comunque chiara la sensazione di avere totale controllo: di essere liberi di scegliere. Così alla fine, per la nostra felicità, non conta la libertà, ma la percezione che abbiamo della stessa. La libertà è un mito.
Siamo imbrigliati.
Non mi riferisco alle regole che abbiamo sottoscritto e con le quali definiamo civile la nostra convivenza. Mi riferisco a qualcosa di molto più subdolo. Si tratta di quello che i guru del marketing chiamano “bias cognitivi”.
Come sempre, tutto in natura ha un senso: quindi questo non è un problema di per sé, infatti rende immediata, una risposta ad uno stimolo, senza dispendio energetico o di tempo. Invece, come ho già scritto in un mio precedente articolo, ogni tesoro prevede che ci sia un dispendio di tempo per cercarlo, e di energia per dissotterrarlo.
La libertà, in fondo è proprio questo: un tesoro col quale puoi
scegliere "come" non essere libero.
Mi piace ricordare una bellissima domenica mattina, quando mia mamma, incurante dell’allegria con cui avevo passato l’intero sabato notte, spalancava le imposte inondando la stanza di una luce così forte da procurarmi quasi un dolore fisico agli occhi, e come un vampiro sorpreso dal giorno, mi coprivo il volto cercando di non morire… di sonno. Ecco! Quell’impulso, quella risposta istintiva, dopo qualche minuto (qualche ora se ero fortunato) avrebbe lasciato il posto alla consapevolezza (Madonna come odio questa parola! Ma non ne trovo altre: “consapevolezza” è forse il sostantivo più abusato dell’ultimo decennio). Mi riferisco in particolare ad un cambio di coscienza. Quando passi dal sogno alla realtà! Quindi dopo il primo momento di negazione del sole, arriva l’accettazione, e con essa, speriamo, la voglia di scoprire cosa porterà questo nuovo giorno. Così, scosti piano le mani dalla faccia e lasci che la verità si palesi ai tuoi occhi. E sei di nuovo libero, almeno un po'.
Questo è quello che mi auguro: di avere sempre la forza di vincere l’impulso istintivo di coprirmi il volto, aprire gli occhi al nuovo giorno, e scoprire che anche oggi vorrò vestirmi con qualcosa di diverso. Perché tutto quello che ho in armadio parla di me, ma io ho ancora molto altro da dire.


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La luce alla fine del tunnel.

13/07/2020

Non vedo luce in fondo al tunnel.
E non mi riferisco alla crisi economica o politica. Mi preoccupa l'uomo.
A dire il vero ho anche qualche difficoltà a definire l'uomo in modo univoco. Non riesco a trovare un denominatore comune. O almeno io credo di essere diverso. Perché?
Non si tratta del mio pensiero in sé, ma dell'attività stessa del pensare.
Qualche anno fa una celebre campagna pubblicitaria di Apple esortava a pensare in modo diverso: think different, oggi al massimo ci si potrebbe accontentare di un: think something.
Sarà che io vivo di pensiero. Ne ho una necessità impellente. È così determinante per me, da non poter concepire la mia vita senza. Ma mi accorgo sempre più spesso di far parte di una ristretta cerchia di nostalgici.
Sembra proprio che l'attività del pensare sia stata relegata in un polveroso passato in cui ogni opinione necessitava di una riflessione critica ed una validazione faticosa, fatta di rigore logico.
Oggi non serve pensare, non ce n'è bisogno. Tuttalpiù, se sei fortunato, arrivi a scegliere fra opinioni preconfezionate pronte all'uso.
E questo accade proprio nel momento in cui la tecnologia rende assai più facile di quanto non fosse in passato la generazione del proprio pensiero.
Non comprendo come sia possibile passare delle ore con in mano un oggetto dalle potenzialità mai raggiunte prima, ed utilizzarlo quasi esclusivamente come fonte di dopamina per drogati.
Mi riferisco in particolare all'uso dei social.
Oramai è sempre più evidente (e scientificamente provato) che l'attività sulle varie piattaforme ha come scopo la ricompensa di dopamina scatenata da un like o una condivisione.
La necessità di refill dell’autostima prescinde completamente dal contenuto, al punto che più l'argomento è scontato e popolare, e meglio assolve al proprio compito di incubatore di like. Per la verità sono anche in pochi a prendersi la briga di scrivere a qualcosa, condividendo semplicemente qualche citazione altrui. Nella migliore delle ipotesi si plana morbidamente sull'ovvio, in altri casi si cavalca la rabbia, e il più delle volte vince semplicemente qualche tenero micetto.
Nulla di male, (io adoro i gatti) se non fosse che la ricerca della dose di dopamina giornaliera sta diventando l' utilità predominante, per uno strumento che in sé potrebbe essere davvero stupefacente (non ho scelto l'aggettivo a caso).
Mi sono accorto di questo durante il periodo di reclusione da Covid. Potendo dedicare più tempo alla scrittura e alla lettura ho voluto fare un piccolo esperimento su Facebook. È nato tutto per caso, parlando con un mio carissimo amico, grazie al quale i miei semi di inquietudine trovano terreno fertile, ma soprattutto grazie alla sua prodigiosa maestria nel potare i ragionamenti che da quel terreno germogliano. Con lui abbiamo più volte affrontato l'argomento dei contenuti nei vari post che si susseguono sul noto social network, e ci siamo dati una missione: provare a condurre gli utenti comuni su un livello di interazione più alto.
Presuntuosi. Chi crediamo di essere?
Vero. Molto vero. Ma era a fin di bene e non avremmo certo fatto peggio di altri.
Così ci siamo inseriti in alcune "discussioni" che abbiamo scoperto ben presto essere finte. Finte perché di fatto quasi nessuno scrive su FB per farsi, o ricevere un'opinione, ma per difendere la propria, che spesso è presa in prestito da altri. Insomma nessuno vuole il confronto ma solo una pacca sulla spalla.
È stato molto istruttivo. Ho imparato che per accettare una qualsiasi verità devi prima averne avuto esperienza. Esattamente come non si può spiegare l'amore a chi non è mai stato innamorato, così non si può avere nostalgia di ciò che non si è mai vissuto. Se non hai esperienza su come formulare un'opinione, ma sei sempre stato abituato a sceglierne una preconfezionata, non ne sentirai alcun bisogno.
Qui ho capito perché mi sento diverso. Non mi riferisco all'attività di esporre un pensiero, ma a quella ben più importante di saperlo creare.
È stato illuminante vedere come fosse impossibile avere delle risposte soddisfacenti quando chiedevo di argomentare adeguatamente la propria posizione. Si capiva facilmente che si trattava proprio di questo: non un'opinione ma una posizione, con una seduta comoda. Poco importa che sia tua. Da lì non ti schioderà più nessuno. Non hai bisogno di sapere perché ci stai comodo, è un dato di fatto. E ciò ti basta.
Ma come non può esistere la morte prima della vita, non può esserci verità senza il dubbio.
Se manca l'attitudine alla navigazione nelle acque agitate del pensiero critico, l'unica opzione è rimanere ancorati al primo ormeggio sicuro. Non si corrono rischi, ma non si va da nessuna parte. Sarebbe come non nascere mai, per la paura di dover morire.
Ecco ciò che vedo, un'infinità di zombie che credono di essere vivi solo per il fatto di non essere morti ma che in fondo non hanno mai avuto neanche la voglia o il coraggio di nascere.

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Anche se ci nuoti da anni, non è detto che sia il mare migliore.

01/07/2020

Ci sono cose che ci sembrano chiare solo quando le abbiamo vissute, anche se non avremmo mai immaginato di viverle.
È accaduto spesso in passato, e continua ad accadere.
La cosa più straordinaria è che ogni grande sconvolgimento segue sempre il medesimo schema. Si tratta del ciclo dell'esagerazione, hype cycle di Gartner ,per gli amanti dei tecnicismi. (nell’immagine qui a lato) .
Spiegato in breve consiste di 5 fasi.
Nella prima (innesco della tecnologia) appare la nuova idea, potenzialmente dirompente, cioè destinata a cambiare totalmente le consuetudini radicate, alla quale tutti i media danno ampio risalto, senza comprenderne quasi nulla, ma fa notizia. In questa fase diventa una chiacchiera da bar e divide generalmente i sostenitori dagli scettici senza che in realtà nessuno ne sappia veramente qualcosa, perché di fatto è ancora solo un'idea, non validata da alcuna soluzione reale.
La seconda fase (picco delle aspettative esagerate) scatena la fantasia a molti perché comincia spargersi la voce di qualcuno che cavalcando l'onda sta facendo soldi a palate, ma molti altri invece perderanno intere fortune, buttandovisi a capofitto o pensando di poter "creare lo standard" e diventarne i padroni indiscussi.
Poi si arriva alla fase 3 (fossa della disillusione) in cui molte aziende abbandonano l'idea perché non produce i risultati sperati, ma le poche che insistono per soddisfare la limitata richiesta, contribuiscono a perfezionarne la tecnologia.
Ora arriviamo alla fase più interessante:
La fase 4 (salita dell'illuminazione). In questo periodo l’innovazione comincia a prendere piede e molti (ma non tutti) cominciano a capirne le potenzialità reali, investendo risorse e potenziando l’offerta.
Infine la quinta fase (Altopiano della produttività) coincide con l’adozione di massa, in cui si stabiliscono gli standard e smette di essere una novità diventando di uso comune.
Ancora una volta sembra tutto così ovvio.
Già, infatti potremmo ripercorrere tutto il ciclo con le maggiori innovazioni degli ultimi anni. Qualche esempio?
Internet. Quando è diventata fruibile, negli anni novanta, tutti ne parlavano e sembrava bastasse avere una dot-com company (in realtà solo un sito on line) per moltiplicare i propri soldi. E diede origine ad una grossa bolla speculativa che esplose con drammatiche conseguenze per alcuni.
Ma, nonostante tutto, ora non è nemmeno pensabile un mondo senza connessione.
Il telefono cellulare subì le stesse sorti, con vittime illustri come Nokia, e Blackberry.
La TV via internet… stessa dinamica con il collasso di una catena gigantesca come Blockbuster.
È bene comprendere, tuttavia, che ogni innovazione si impone prepotentemente solo grazie ad un parametro discriminante: l’efficienza.
Efficienza intesa come rapporto fra investimenti e benefici così elevato da risultare dirompente. In inglese: DISRUPTIVE (termine coniato nel 1995 dal compianto professor Clayton Christensen, ed esprime un cambiamento non in termini di evoluzione, ma di rottura netta col passato).
Per comprenderne il concetto, non è stata l’invenzione dell’auto ad essere disruptive, ma la catena di montaggio di Ford, cha ha reso accessibile la sua model T a tutti (o quasi). Il quid non è riferito all’invenzione in sé, ma alla capacità di modificare sostanzialmente i comportamenti globali.
Allo stesso modo, non fu la lampadina a corrente continua di Edison ad essere disruptive, ma la corrente alternata di Tesla che ne ha reso possibile la diffusione.
In tutti i casi citati l’hype cycle di Gartner risulta sempre vero. Ora stiamo vivendo lo stesso ciclo con una nuova idea rivoluzionaria: il Bitcoin.
Ora posso rilassarmi perché so di aver perso l’80% dei lettori, che sanno già tutto sull’argomento (?), e quindi posso scrivere senza troppi filtri tutte le ragioni per le quali sono convinto che sarà una rivoluzione disruptive, al pari di Internet.
Ripercorriamo il grafico, con la storia della, per ora, incompresa cripto moneta.
Nasce grazie ad una sconvolgente idea di Satoshi Nakamoto (chiunque sia, o siano, nessuno lo sa) a seguito della crisi economica del 2008. Non si tratta, nella sua formulazione, di un modo per fare soldi, come viene comunemente pensato (compresi tutti gli esperti che hanno smesso di leggere un paragrafo fa). Anzi, si tratta di una visione che ha implicazioni sociali, filosofiche, ad anche morali. Ma nessuno degli esperti al bar vi parlerà di questo.
Era il 3 gennaio 2009 quando venne creato il primo “blocco” e prese vita il primo Bitcoin. Non è un caso che in questa prima “coniatura” sia stato volutamente impresso da Satoshi un messaggio pubblico in cui è riportatolo il titolo del Times dello stesso giorno: “The Times 03/Jan/2009 Chancellor on brink of second bailout for banks”, che faceva riferimento al salvataggio delle banche, voluto dal governo britannico. Si trattò di una sorta di denuncia pacifica contro il potere finanziario centralizzato, con una soluzione totalmente decentralizzata ed incorruttibile. Non vi annoierò coi dettagli tecnici, ma da allora il Bitcoin ha cambiato tutto, con delle ripercussioni troppo importanti per essere capito, e metabolizzato velocemente.
Scopriamone però la filosofia di base.
Senza voler ripercorrere tutta la storia della moneta, mi limito a ricordarne lo scopo: riserva di valore. In pratica ha lo scopo di rendere più agevole il baratto (aumentandone l’efficienza). Si stabilisce che un bene o un servizio abbia un valore, per ottenere il quale io devo corrispondere un bene od un servizio equivalenti. Ma vantare dei titoli da scambiare, al posto dei beni fisici, diventa assai più efficiente. Perché questo funzioni, è necessario tuttavia che il valore dei titoli venga mantenuto nel tempo (Riserva di valore). Se questo non accade siamo di fronte ad inflazione. Attenzione: i beni e i servizi hanno sempre lo stesso valore rapportati fra loro, ma con l’inflazione i miei titoli (moneta) non bastano più, nel tempo, per scambiarli in egual misura. La possibilità di “creare” moneta (titoli) senza mantenere la riserva di valore (come era con l’oro in origine) ha quindi una conseguenza molto importante: il lavoro svolto in precedenza perde di valore.
Si capisce bene che se fosse spiegata così, nessuno vedrebbe l’inflazione di buon occhio. In realtà, se usata in modo assennato, essa può generare ricchezza grazie al ciclo del credito. Ma deve essere gestita molto bene.
Per capire bene come funziona suggerisco la visione di questo documentario.
Tuttavia, è facile comprendere che se le leve finanziarie che operano in questo ciclo, sono manovrate da enti centralizzati (e quindi da uomini), anche volendo ipotizzare l’assoluta buona fede e integrità morale(?), si è comunque esposti a grossi errori di valutazione.
Alcuni di questi errori hanno generato le più catastrofiche crisi finanziarie dell’era moderna.
Et voilà!
Siamo giunti al colpo di genio: un sistema di scambio, o moneta, che non preveda alcun tipo di intermediario, senza bisogno della necessaria fiducia nei confronti di chi la emette (trustless) e senza possibilità di subire inflazione (nessuno può stampare bitcoin a piacimento).
Ma se non esiste giorno che la quotazione del bitcoin non subisca oscillazioni spaventose. Vero, ma rispetto alle valute tradizionali con cui viene scambiato, proprio come accade per l’oro. Ma proprio perché non ha ancora una massa critica sufficiente a mitigare gli scambi, si presta ad una massiccia speculazione, da parte di chi fa trading.
Per fare un esempio, se gettate un sasso in una pozzanghera, il “moto ondoso” sarà evidentissimo, arrivando ad increspare tutta la superficie. Se gettate lo stesso sasso in mare, non se ne accorgerà nessuno. Poiché i sassi ora sono molto più significativi della grandezza della pozzanghera, il risultato è una superficie in tempesta! Ma è una pozzanghera che aspira a diventare un mare, libero.
In quello in cui siamo stati abituati a nuotare fino ad oggi, la calma piatta è mantenuta artificialmente usando un gigantesco MOSE, il cui mancato funzionamento, come per quello vero, produce di tanto in tanto devastanti inondazioni, e continua manutenzione.
Ma la nostra esperienza stabilisce che sia il MOSE da aggiustare, perché è “normale” gestire le maree. A nessuno, o a pochi per ora, viene in mente di tuffarsi altrove!
Questo è il motivo per cui non viene capito Bitcoin, come è successo inizialmente per internet. Ha già passato la fase 1, e la 2 con la bolla del 2017 in cui arrivò a toccare i 20.000 dollari per poi crollare nella fase 3, l’anno successivo, a 6.000 dollari. Ora, secondo il grafico, siamo nella fase 4 con tutto ciò che potrebbe comportare. Vedremo.
Si tratta, in conclusione, di una rivoluzione totalmente decentralizzata, in cui il potere di scambio non potrà mai essere limitato o condizionato da nessuno. Naturalmente chi gestisce il MOSE non è molto contento di essere estromesso con tutto il suo immenso potere.
Ma che valore ha il bitcoin? Come definisco il valore di un asset digitale? Sulla base di cosa dovrebbe essere più sicuro rispetto all’euro o al dollaro?
Se vi state facendo queste domande, ho raggiunto lo scopo. Innescare il dubbio e la curiosità. Se avrete la voglia di approfondire ne rimarrete affascinati. Potreste anche trovarne criticità, come per tutte le opere dell’uomo, ma la storia insegna che l’efficienza vince sempre contro l’abitudine.
Quando hai sempre nuotato nella melma di una laguna inquinata, pensi tuttalpiù a come cambiare stile per tenere fuori la testa il più possibile.
...
E se, invece, potessi nuotare nelle acque cristalline dell’oceano?




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Progresso o Regresso?

17/06/2020

Il cervello è una "macchina" straordinaria.
Quante volte abbiamo sentito questa frase. Al punto che oramai non facciamo più caso al fatto che, per caratterizzarlo positivamente, lo associamo, appunto, ad una macchina.
Non si tratta solo di un aspetto semantico, ma generazionale. Agli albori dell'era informatica era il contrario. Ci riferivamo al "calcolatore" come "cervello elettronico".
È normale: si tende a descrivere il mondo con ciò che ci è più vicino intellettualmente. Ed ora siamo più vicini alle macchine.
Il cervello umano, comunque, ha alcune caratteristiche molto simili a quelle di una macchina. Prima di tutte la fatica, intesa come “lavoro”. Ogni pensiero è possibile solamente con dispendio energetico. Ma soprattutto: nessuna macchina può fare più lavoro dell’energia impiegata per farlo, anzi sempre un po’ meno.
Ogni processo di trasformazione dell’energia in lavoro produce una perdita in calore (entropia).
Anche il nostro cervello, proprio per questo, tende a fare meno fatica possibile per garantire la sopravvivenza dell’organismo che lo ospita: stimola la fame, il sonno, la paura. Mai non vi spingerà spontaneamente ad arrivare primo in una maratona, o a trattenervi dall’ordinare un tripudio di patatine fritte. Ogni “forzatura” agli stimoli che ci arrivano da esso sono “educazione”. Educazione al sacrificio per un bene più elevato, o percepito come tale. Così l’umanità ha accettato di buon grado anche le pene della convivenza (come per molte altre specie animali), e attraverso essa, con la tecnologia ed il progresso, ha potuto massimizzarne i vantaggi.
Oggi siamo così abituati ed assistiti dalla tecnologia, che tendiamo sempre meno allo sfruttamento del nostro cervello, al punto che non vede l’ora di mettersi in modalità “risparmio energetico”. Questo ci rende molto più inclini a lasciarci vivere, piuttosto che fare fatica e scegliere come vivere. Dopotutto quello che conta è vivere. Come specie non siamo naturalmente predisposti a pensare al futuro, ma solo alla soddisfazione dei bisogni impellenti. In natura se non sopravvivi ora, non ci sarà alcun dopo. Provate a far capire ad un adolescente dagli ormoni impazziti che deve studiare adesso, per assicurarsi un buon lavoro fra dieci anni… Insomma il cervello odia la fatica e la evita come la peste.
Ogni sviluppo tecnologico è basato proprio su questo: fare meno fatica possibile. In tutto. Anche nell’arte siamo passati dagli anni necessari per produrre il David, o la Gioconda, a qualche ora di un Pollok. Poiché il fine nell’arte è l’espressione emotiva, tanto minore è lo sforzo per produrre l’emozione, tanto maggiori saranno le emozioni prodotte.
L’efficienza governa il mondo.
Ma allora che cosa ci spinge a forzare questo meccanismo quando ci imponiamo fatiche improbe?
Domanda interessante.
Freud riprendendo il pensiero di Schopenhauer, afferma che in noi abitano due "io". L'io individuo e l'io della specie e sono in netta antitesi l'uno con l'altro.
Da un lato siamo funzionari di specie, e quindi dobbiamo contribuire alla sopravvivenza della stessa rischiando meno possibile, dall’altro abbiamo l’io individuale che, in apparente disaccordo con questo principio, rischia. Ma di brutto, brutto, brutto (come direbbe Aldo).
Alcuni, come ad esempio i piloti sportivi, rischiano anche la vita per dimostrare di essere i migliori; altri rischiano un po’ meno partecipando alle Olimpiadi di Matematica. Ma comunque il rischio c’è. Che si tratti di una semplice figuraccia, o della stessa vita, alcuni hanno questo irrefrenabile desiderio di competere. Questa caratteristica inserita nelle specie è interessante proprio per il suo essere comune, sí, ma non troppo.
Ci vuole equilibrio.
Equilibrio fra chi tende a premiare il proprio ego con la gratifica del riconoscimento sociale, e la specie che apparentemente se ne frega.
Se in una partita di calcio nessuno volesse fare il pubblico, ma volessero giocare tutti, ci sarebbero gli spalti vuoti, ma il campo un po’ troppo affollato…Viceversa, se fossero tutti nelle tribune non ci sarebbe nessuno da guardare.
È proprio la differente attitudine del singolo, che nel processo evolutivo porta vantaggio alla specie. Ma è necessario specificare quale sia il “vantaggio”.
Già, perché la specie è in grado di adattarsi all’ambiente (sociale) selezionando gli esemplari che meglio rispondono alle esigenze, proprio di quell’ambiente, e non ad altro.
Questo è un passaggio cruciale perché essere il migliore a giocare a calcio non ha alcun valore qualitativo in sé, ma identifica solamente gli esemplari migliori, che meglio rispondono a quel particolare ambiente: il campo da calcio.
In natura, per esempio, il mimetismo riesce a far assomigliare sempre più un insetto ad uno stecco, in una corsa lunga secoli che al traguardo avrà come premio la vita, ma alla fine il povero insetto risulterà tutt’altro che bello. Allo stesso modo ogni conseguenza sociale, figlia del nostro torpore intellettuale e della “modalità risparmio energetico”, sfuggendo quindi alla nostra volontà cosciente, potrebbe selezionare campioni di opportunismo e, sì, tenerci in vita come specie, ma imbruttirci parecchio, come il povero insetto stecco.
Io ritengo che proprio il salto evolutivo fatto da noi come specie umana, debba renderci invece “coscienti” rispetto a questo processo, e consentirci di poter dire la nostra.
Vorrei poter aspirare ad essere più carino di un animaletto che assomiglia ad un rametto secco.
In sostanza credo che il nostro dovere, anche se siamo parte della natura come "elementi" auto-selezionati, sia quello di contrastare quanto possibile la modalità risparmio energetico del nostro cervello, riabituandoci alla fatica di pensare.
Purtroppo, completamente opposta a questa direzione, anche la scuola sta abdicando dal suo naturale ruolo educativo, a favore di uno prettamente nozionistico. Non serve affatto che si sappia il perché delle cose, basta sapere il come.
Questa deriva naturale mi atterrisce in quanto, nonostante lo ritenga un processo entropico irreversibile (leggi qui…), dentro di me urla incatenata la voglia di essere qualcosa di più. Forse, dopotutto, e la stessa voglia che mi spinge a scrivere, nella speranza di non essere uguale agli altri, ma con la necessità, ancora più impellente, di non essere l’unico.
Se giocare a calcio con tutta la gente delle tribune risulterebbe impossibile, farlo da solo sarebbe del tutto inutile e insignificante.
C’è bisogno di entrambi.
Oppure sono solo un ingranaggio che gira male, o fuori sincro, in un meccanismo complesso che tende a minimizzare gli attriti. In un motore efficiente, ogni utilizzo di energia non convertita in movimento è considerata una perdita. In quest’ottica, nell’economia della specie, i sentimenti (come il calore per il motore termico) sono uno spreco.
Ma io vorrei che questo anacronistico scoppiettio inquinante esalasse la suo ultimo fumo.
Vorrei che l’affermarsi della tecnologia elettrica per le auto, coincidesse anche con un nuovo modo di usare energia pulita, per muovere le menti, ripulite pure loro.
Vorrei più di tutto avere la certezza che non perderemo mai la voglia di rischiare di perdere, perché è l’unico modo per provare a vincere.
Già, bisogna rischiare…
Ma di brutto, brutto, brutto.


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Transumanesimo o illuminismo wifi?

08/06/2020

Il futuro, che “fantastico trip”.
Ne siamo tutti da sempre affascinati e poterlo immaginare lascia aperte strabilianti ipotesi e scenari.
In generale rispetto al futuro il mondo si divide in due macro-ideologie: Umanisti e trans-umanisti.
I primi sono fortemente legati, direi incatenati alla visione dell’uomo come prodotto biologico naturale migliore possibile. In sostanza hanno l’ego talmente grande da renderli incapaci di vedere oltre.
Poi ci sono i visionari transumanisti il cui ego non è inferiore in quanto a dimensioni, ma loro ci si siedono comodamente sopra.
Ciò che crea qualche perplessità è che il fine ultimo, il disegno, l’Eden per entrambi i gruppi coincida sempre con la vita eterna (o quasi). La differenza è che i primi si affidano a Dio (con qualsiasi altro nome vogliamo chiamarlo) mentre gli altri alla tecnologia.
Le due visioni pur essendo opposte nella collocazione dell’uomo rispetto alla storia, tendono comunque a preservarne l’essenza, o l’anima. In un caso la si accetta come entità pre-gressa immortale ed incondizionata, e nell’altro la si costruisce come pro-gresso tecnologico. Per questa ragione, poiché nell’umanesimo tradizionale con tutti i suoi risvolti religiosi e filosofici è pericoloso addentrarsi senza essere facilmente e giustamente tacciato di superficialità (se non addirittura di blasfemia), vorrei sorvolare l’altro orizzonte, parlandovi di un uomo che ha azzeccato fino ad oggi parecchie previsioni, e che scommette su un futuro transumanista. Quindi potrete insultarmi lo stesso, ma dopo.
Per iniziare definiamo transumanesimo come un movimento culturale che sostiene l'uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l'invecchiamento, in vista anche di una possibile trasformazione post umana. (fonte: Wikipedia)
Prima di addentrarmi oltre, vorrei tranquillizzare chiunque abbia avuto distorte informazioni sul qualsiasi relazione fra questo movimento con gruppi nazisti o di supremazia razziale. Come sempre, chi non ha vesti di spessore culturale adeguate, indossa e fa proprie quelle altrui nel tentativo di ripararsi dal gelo generato dalla propria ignoranza.
Arriviamo ora al personaggio misterioso e alle sue gesta, prima ancora che alle sue previsioni.
Chi ha vissuto come me la passione del musicista live negli anni 90, è impossibile che non abbia memoria delle tastiere Kurzweil (ancora nel mercato). Tutti all’epoca ci siamo chiesti come si poteva dare un nome così difficile ad una tastiera.
Oggi scopro che tutto nasce da un’amicizia del sig. Raymond Kurzweil con Stevie Wonder. Molti anni prima, precisamente il 13 gennaio del 1976, Stevie ascoltando la radio udì un discorso letto artificialmente da una macchina con riconoscimento ottico dei caratteri (OCR). Si trattava dell’ultimo sviluppo tecnologico di cui Ray Kurzweil è stato un pioniere. Stevie acquistò l’apparecchio per ovvie ragioni e i due diventarono amici. Questa amicizia negli anni seguenti spinse Stevie a parlare con Ray delle enormi possibilità dell’elettronica negli strumenti musicali. Nel 1982 fondò una nuova società e due anni più tardi produsse il primo pianoforte sinth così realistico da sembrare un pianoforte vero ed entrare nella storia. Nel corso degli anni con l’avanzare della tecnologia continuò ad innovare rendendo tascabile la sua macchina per leggere, e successivamente ne sviluppò un’altra per dettare, usata dai medici per redigere i referti automaticamente.
Comincia a delinearsi una figura alquanto ecclettica in grado di intuire le potenzialità offerte dalla tecnologia. In seguito Ray si dedicò sempre di più al “potenziamento” delle facoltà umane per sopperire a patologie o menomazioni invalidanti, fondando anche la Kurzweil Educational Systems. (fornendo soluzioni di alfabetizzazione, per coloro che hanno differenze di apprendimento o disabilità)
Questo approccio pragmatico da un lato, e molto proiettato al futuro dall’altro, lo ha portato a diventare uno dei più rispettati “futurologi” viventi. La sua teoria (legge dei ritorni acceleranti) riprende la famosissima legge di Moore secondo cui l’aumento della capacità di calcolo dei microprocessori segue una progressione geometrica (non lineare) raddoppiando ogni 18 mesi. In parole povere si comporta come il Covid 19 con poco distanziamento sociale. L’intuizione di Raymond fu quella di proiettare in questa progressione l’incremento dell’intelligenza artificiale (AI) e non solamente alla capacità di calcolo. Seguendo questa previsione, secondo Raymond, nel 2045 arriveremo alla Singolarità Tecnologica in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana. Naturalmente detta così sembra un’ipotesi alquanto bizzarra, ed il personaggio è senza dubbio bizzarro di suo, arrivando ad affermare che riporterà in vita il padre col DNA. Tuttavia, nonostante qualche scivolone da fanta-horror, è appurato che l’86% delle previsioni fatte da Ray intorno al 1986 si sono rivelate esatte. Altre, non sono sbagliate, per ora(!), è solo troppo presto per verificarle, compresa la rinascita del padre Fredric (sul serio?).
Alcuni esempi
• Nel 1998 un computer avrebbe battuto l’uomo a scacchi, ciò avvenne addirittura nel maggio del 1997 quando Deep Blue (IBM) batté il campione del mondo Garry Kasparov in diretta TV.
• Entro il 2000 molti documenti sarebbero stati solo su PC o Internet.
• Predisse che Internet sarebbe esplosa non solo in termini di utilizzatori, ma soprattutto di potenzialità per contenuti, commercio, istruzione, finanza.
A leggerlo adesso ci fa quasi sorridere, bella scoperta, lo sanno tutti. Peccato che quando lui scrisse queste previsioni i più fortunati di noi sognavano il Commodor 64, ed Internet, grazie al Dipartimento della Difesa USA, contava solo 4 nodi (quattro!!!) rispettivamente uno in Norvegia, uno in UK, uno in Germania ed infine uno in Italia (all’università di Pisa). Per una volta non siamo stati gli ultimi, ma quel vantaggio si è fermato lì.
Quello che su cui vorrei porre l’attenzione non è la veridicità o meno delle fantastiche previsioni del nostro eclettico amico, quanto piuttosto sulla nostra capacità di “digerirle” in anticipo. La nostra coscienza da anni è decisamente più lenta del nostro tempo.
Ognuno di noi penso ritenga favoloso poter ridare mobilità a chi ha subito amputazioni, magari con la possibilità di ritornare a percepire il tatto con un arto meccanico. O ridare la vista a chi l’ha persa o mai avuta. E fin qui, tutto bene ed in buona parte auspicabile. Ma che succede se al nuovo braccio o gamba potremo dare forza sovrumana realizzando uno scenario che il tubo catodico (evoluto nel frattempo pure lui) ci ha già proposto più volte, a cominciare dal mitico Lee Majors col suo uomo da sei milioni di dollari? Perché mai dovremmo ritenere questa possibilità NON ETICA. Come ho affermato più volte la morale è figlia dei tempi che la generano, e il nostro è un tempo governato dalla tecnologia. Esattamente come ora (dopo qualche scaramuccia) è ritenuto plausibile ricorrere alla fecondazione in vitro per procreare, aumentando, anzi alterando completamente le stesse fondamenta della Natura, allo stesso modo non sarà possibile in futuro limitare queste “derive” tecnologiche. È bene? È male? Rispondere ora alla domanda ha poco senso. Non ne abbiamo coscienza. Sarebbe come chiedersi se ci piace la minestra senza volerla assaggiare. Vedere ora degli scarafaggi che ci galleggiano sopra ce la farebbe apparire disgustosa e inavvicinabile, appunto, ora. Ma domani? Sembra oramai assodato che gli insetti saranno il cibo del futuro… Io continuo a preferire l’ipotesi “erbivoriana”.
E comunque il nostro amico Ray non ci prova nemmeno a farne un tema etico, ma solo ed esclusivamente evolutivo (scientifico). Afferma in modo del tutto coerente che nel momento in cui un’intelligenza artificiale potrà essere più performante di quella umana, all’uomo non resterà che servirsene per aumentare la propria, ed impedire di essere tagliato fuori dall’evoluzione della specie, che a quel punto non sarà più “solo” umana ma Transumana. La logica non fa una piega, direi che è in linea con l’approccio illuministico di Francis Bacon (Bacone) che identifica nell’approccio scientifico l’unico vero metodo per arrivare alla conoscenza. Se da un lato quindi la direzione è senza dubbio quella della “singolarità tecnologica” che coinciderebbe con l’inizio di una nuova era, dall’altro è doveroso dire che esistono molte critiche sulla sua reale attuabilità. La più rilevante insiste nel sostenere che la direzione, appunto solo la direzione, punta a questo scenario, ma non lo raggiungerà mai, riducendosi quindi ad un vano tentativo “asintotico”.
In conclusione, dove arriveremo è impossibile saperlo ora. Tuttavia in accordo con qualche personaggio del calibro di Elon Musk, e del compianto Stephen Hawking, credo sia opportuno porsi il problema per non arrivare totalmente impreparati e doverci tappare naso ed ingoiare a forza una sbobba indecente. Io infatti, fedele al mio spirito vagabondo, preferisco violentare le mie papille gustative da ora, ed iniziare ad assaggiare e magari insaporire una nuova minestra, piuttosto che lasciare questo mondo con lo stomaco vuoto ma con una mentina in bocca. Dopotutto quando sei morto, l’alito non conta un granché.

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Le reliquie della Democrazia

31/05/2020

In riferimento al mio precedente intervento sull’entropia associata alla società, in cui ho ipotizzato che proprio la democrazia sia una direzione naturale verso cui tendono tutti i conglomerati umani, vorrei ora dichiararne anche l’ineluttabile fallimento.
Certo che iniziare così la settimana. lo so… Forse dovrei scrivere sull’utilità (o meno) della mascherina, ma è così facile (ed inevitabile) trovare centinaia di colti argomentatori che si occupano delle consuetudini comportamentali del virus e dei suoi ospiti, che preferisco allietarmi su temi più leggeri, come “il fallimento della democrazia”.
   Se etimologicamente il significato di democrazia è governo del popolo, è subito interessante notare che la particella “del” può essere sia del complemento di specificazione, che del complemento oggetto. Si può intendere cioè sia come il popolo che governa, che il popolo da governare. E già qui ci sarebbe da riflettere.
In ogni caso, partendo dall’accezione comune che la identifica come potere del popolo, sarò felice di esporre alcune delle argomentazioni per le quali la sua attuazione è puramente illusoria.
Per iniziare vorrei raccontare la storiella di Hotelling (Paradosso dei 2 gelatai). Immaginiamo 2 gelatai, ciascuno col proprio carretto, che debbano dividersi i clienti in un tratto di litorale di un kilometro della riviera Romagnola. La soluzione più intelligente sarebbe sicuramente quella di mettersi rispetto al centro l'uno a 250 metri a sinistra e l'altro a destra distanziati tra loro di 500 metri. In questo modo la distanza massima che i bagnanti dovrebbero fare per trovare sollievo dall' arsura sarebbe appunto al massimo di 250 metri. Chi si trova alle estremità del litorale dovrà percorrere la stessa strada di chi si trova vicino al centro. Questo però solo nel caso in cui i gelatai avessero a cuore i clienti. Infatti, poiché i poveri bagnanti alle estremità non avranno come scelta che procedere verso il centro per raggiungere il desiderato ghiacciolo, i due intraprendenti gelatai cominceranno a cercare di accaparrarsi sempre più i clienti della sponda opposta, avvicinandosi così tanto tra loro da arrivare ad affiancarsi, costringendo i poveracci alle estremità a percorrere il doppio della strada. Questo esempio è una semplificazione banale del fatto che per riuscire a vendere più gelati possibili (o ottenere voti) non è necessario fare gli interessi di chi li compra (o degli elettori).
Naturalmente questo non è il vero motivo per cui ritengo fallimentare la democrazia, ve ne sono altri molto più radicali e preoccupanti.
Primo fra tutti l'età degli elettori. Sono certo che sarò lapidato solo metaforicamente (Spero) ma la politica deve fare i conti coi gusti degli ultra 60enni perché rappresentano una base elettorale senza la quale non si vendono gelati, a nessuno.
Con ciò non intendo dire che i gusti dei più anziani non contino, anzi è necessario avere il massimo rispetto, ma contano meno in quanto a propensione a provare gusti nuovi. Il professor Galimberti, oramai non più giovanissimo anche lui, spesso afferma che i “i vecchi non sono saggi, ma hanno perso semplicemente l’aggressività che la natura ci da per la protezione della prole”, in realtà più si invecchia e più si diventa abitudinari, e tutto ciò che “turba” le routine è fonte di stress e tenuto a debita distanza. E’ palese quindi che se demandiamo alle persone “non più giovani” le scelte politiche per il futuro, direi che non arriveremo molto lontano.
Il motto uno vale uno è considerato universalmente corretto, ma io credo sia la svista più clamorosa della democrazia, tanto che persino Einstein ne dichiarerebbe l'inconfutabile relativismo.
Il voto di un giovane ventenne non vale quanto quello di un ottantenne. Non in termini qualitativi, non per me.
Tuttavia, in perfetto accordo con la relatività devo dire che le eccezioni non mancano.
Ho la fortuna di vivere indirettamente le gesta di un imprenditore (oramai anziano) a capo di un'azienda divenuta fra le più ricche del mondo e il suo approccio è sempre stato: pragmatismo, lungimiranza e voglia di provare gusti nuovi.
Quando una linea produttiva diventava inefficiente si accollava senza timore il costo della nuova, perché solo con l'incremento di produttività avrebbe mantenuto la leadership nel mercato e potuto sostenere la passività di quanto dismesso e letteralmente abbandonato in vecchi capannoni. Questa politica è possibile perché in quella realtà non vige democrazia ma visione d'insieme.
Se si fosse chiesto di votare a tutti gli operai per il mantenimento delle vecchie attrezzature conosciute e padroneggiate per anni, o per riconfigurare invece tutte le linee con nuove tecnologie, probabilmente dopo qualche tempo sarebbe stata aperta la trattativa coi sindacati per la cassa integrazione di centinaia di operai espertissimi nell'uso di macchinari vecchi.
Con questo non intendo dire che sia auspicabile una dittatura, ma di sicuro con la democrazia ignorante si faranno solo scelte ignoranti.
Oramai la politica non ha più alcuna base ideologica, è diventata solamente un affare di come vendere più gelati possibile per potersi concedere un'altra stagione e un'altra ancora, senza rischiare troppo con gusti pericolosamente nuovi.
Arrivo ora ad un altro motivo per cui trovo la democrazia fallimentare.
Accettando per buono il principio secondo cui io ho diritto di esprimere le mie opinioni e prendere posizioni, va da sé che dovrei avere tutte le informazioni e le conoscenze necessarie affinché si tratti di un’opinione “fondata”. Se chiedessi ad un teologo di firmare i calcoli statici per la costruzione di un palazzo di 40 piani, probabilmente otterrei degli ottimi consigli su come affidarmi alla misericordia divina a seguito del mio contributo alla perdita di vite innocenti. Ma non avrei fatto un gran buon servizio alla comunità.
Allo stesso modo, è ipocrita ed ingiusto pensare che un comune cittadino abbia una precisa idea di cosa comporti una scelta come quella nucleare (per fare un esempio) senza avere alcuna nozione specifica su tutto ciò che essa comporta. E quindi la decisione non si prende a ragion veduta, ma per fascinazione o per identità politica o religiosa, o perché quello mi piace come parla. La democrazia diventa un tragico esercizio decisionale in cui non conta scegliere bene (secondo coscienza), ma avere l'impressione di aver scelto.
Giunti a questo punto, piuttosto di una finta democrazia fallimentare ma umanizzata, preferirei mille volte una lungimirante, anche se spietata, oligarchia di bit senza sentimenti o pulsioni, e per questo incorruttibile. E se qualcuno ha il coraggio di dirmi che un computer non ha umanità, vorrei che mi rispondesse con quale umanità il genere umano ha dato inizio a guerre mondiali, ad assassinii di massa, e devastazione del pianeta.
Senza dimenticare l’esito del voto con cui il popolo ha dato il meglio di sé, scegliendo Barabba.

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La società ”entropica”

25/05/2020

L' entropia è una entità complicata, per semplificazione, viene spesso associata al concetto di disordine.
Serve fare però un po' di chiarezza perché spesso si confonde l'ordine col disordine, anche se le mamme hanno delle granitiche certezze a riguardo.
Se decidete di mangiare sano, il cavolo bollito sembra essere una buona idea… all’inizio.
Poi l'odore si propagherà in ogni stanza di casa, con l'inevitabile effetto di colonizzare ogni angolo, e con un rigore che “sembra” ordinato. La fisica ci dice che non è così. In realtà tutto accade per il motivo contrario. L’odore passa da una situazione di ordine, in cui è facile stabilire la posizione del cavolo, ad una situazione di disordine in cui è di fatto impossibile stabilire dove sia l'origine.
Per fare un altro esempio, immaginiamo di dimenticare un cubetto di ghiaccio sul piano della cucina; si scioglierà! Scatenando, per altro, le ire del Martini e dell’oliva sua amica. Tuttavia, anche con il religioso aiuto, le molecole liquide non si riorganizzeranno e l’acqua non tornerà mai spontaneamente ad essere di nuovo cubo di ghiaccio, e neanche vino.
In un sistema, l'entropia (disordine) tende sempre ad aumentare cedendo energia (persa per sempre) sotto forma di calore. I fisici saranno indulgenti per l'eccessiva semplificazione.
Io credo che tale principio si possa applicare anche alla società, nel tentativo di indagarne i processi e forse ipotizzarne il futuro.
Una dittatura, per esempio, è come un cubetto di ghiaccio che, se non è costantemente accarezzato dal freddo, si scioglierà.
Ma per mantenere il freddo, il sistema pretende massicce botte di energia, in alternativa, gli atomi costretti alla griglia ordinata, preferiranno una forma sociale più libera ed allegramente democratica.
Anche la democrazia, però, per funzionare necessita di regole o leggi (Forze). Ancora una volta, quindi si cerca di frenare l’entropia. In questo senso, anche la discriminazione razziale, o di genere, sono preconcetti che stanno svanendo. Un diritto di voto che era prima “ordinato” e appannaggio solo di alcuni precisi gruppi, sta diventando universale, in altre parole “disordinato”.
Anche le nostre culture, i dialetti, la cucina… tutto si sta mischiando e contaminando in un processo che porterà inevitabilmente ad un risultato “globale”. Non sapremmo più dov’è il cavolo, perché i suoi influssi sono ovunque.
Anche in natura la bio-diversitá è uno strumento eccezionale per amplificare al massimo ogni possibilità di adattamento, allo scopo di ottimizzare una specie. Si fanno tante provette leggermente diverse per vedere qual è quella che funziona. Questa ridondanza non è una ricchezza in sé, ma nel risultato che produce: il migliore possibile, e tendenzialmente quindi, unico.
Se pensiamo a come sarà l'uomo fra 1000 o 2000 anni, è possibile che vi saranno tutte le differenze razziali di oggi? Ancora una volta è l'entropia che, dal sistema ordinato di popoli, divisi per posizione geografica, sparpaglia e rende omogeneo il tutto, come l'odore dei di cavoli.
(Oramai mi sembra di sentirlo davvero...)
Ed in questo disorganizzato mischiarsi di geni e culture e cavoli, credete sarà possibile continuare a governarsi con regole diverse o con monete diverse o con lingue diverse?
"L'entropia c'è", come una scritta sopra ai cartelli stradali.
Non è certo qualcosa che capiterà domani, neanche la settimana prossima, dormite tranquilli. L'entropia non fa rivoluzioni. Il suo motto è fare tutto, ma con la minor fatica possibile.
Perché tutta la fatica la stiamo facendo noi, chiudendo tutte le porte per cercare di contenere il “profumo”.

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Quando si diventa vecchi?

20/05/2020

Ora.
L’Italia è vecchia. Vecchia dentro, e i vecchi, si sa, non cambiano. 
Ma quando rinascerà, se rinascerà, il conto sarà molto più salato di quanto non sarebbe pagandolo ora. Ma perché pagarlo noi? Meglio lo paghino i prossimi. Ecco riassunto in due righe tutta la miseria del nostro non pensare. 
Così, mentre a Dubai entro un anno verrà eliminata COMPLETAMENTE la carta nella pubblica amministrazione, compresa quella necessaria per acquistare un immobile, richiedere la patente, o ricevere una multa, qui siamo ancora alle mazzette degli appalti in busta chiusa.
Siamo vecchi. 
Sembriamo attaccati alle vecchie abitudini manco fossero orgogli nazionali come la pizza o il parmigiano. I tanto criticati arabi, che sono nati con la fortuna del petrolio, non hanno aspettato di finirlo per essere pronti al futuro. In mezzo al deserto hanno costruito una città sostenibile (Smart city) autosufficiente con tecnologia solare termica (non a petrolio), e ricordo che la benzina a Dubai costa meno dell’acqua. Con tutte le risorse che ha l’Italia invece, non siamo riusciti a prevedere nulla. Si vive di ora in ora. La stessa differenza che c’è fra un giovane pieno di aspettative e un vecchio seduto sull’uscio, a guardare la vita che passa. Siamo vecchi dentro.
Abbiamo confuso l’attaccamento alla tradizione con la paura di cambiare. Quando leggete post nostalgici di quanto erano belli i nostri tempi, siamo vecchi e basta.
Vedo gente che si scandalizza per Amazon che indovina, con un algoritmo di intelligenza artificiale, cosa devi acquistare, ma nessuno di loro si chiede come sia possibile non usare tale tecnologia per le diagnosi preventiva su una banca dati unificata, con tutte le cartelle cliniche. Gente preoccupata della privacy che però usa Google Maps per andare in bagno.
Siamo vecchi che giudicano la tecnologia, come si trattasse dei pantaloni col cavallo basso dei giovani, non la capiamo. È troppo veloce.
Dobbiamo mettercelo in testa, quando cambia il terreno, cambiano anche le piante e il modo in cui crescono. L’ errore più comune è pensare di poter cambiare il terreno. Noi siamo solo le piante. Tutto ciò che possiamo fare, è trovare il modo migliore di adattarci ad esso. Il terreno è la tecnica che non evolve per l’uomo ma attraverso l’uomo. Chiunque pensi di poterne limitare la sua inarrestabile progressione è un ingenuo. Se si può fare, prima o poi si farà, ciò che si può governare è il “perché” .
Siamo tessere di un domino che può diramarsi in un’infinità di disegni, ma sicuramente non si arresterà mai. Possiamo guardare avanti, e decidere dove posizionare le prossime tessere, o limitarci a guardare indietro quelle oramai cadute. Fa tutta la differenza del mondo. La differenza di chi studia la storia, e di chi la fa. 
Ma che importa?
I nostri sì, che erano bei tempi.

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Paleonto-Sofia

11/05/2020

(seconda parte)
Che cos'è l'evoluzione per l'umanità?
Molte specie animali modificano l’ambiente per adattarlo alle proprie esigenze, l’uomo lo fa in modo “importante”.
La cosa più evidente è che questa capacità è proporzionale alla conoscenza.
Più conosciamo il mondo, e meno ci interessa preservarlo. Siamo dei castori a cui è sfuggita di mano l’inventiva!
Che valore dare quindi all’evoluzione dell’umanità, che sembra essere inversamente proporzionale alla preservazione del proprio habitat e quindi della propria stessa conservazione? Può l’evoluzione di una specie andare “contro” sé stessa?
La spiegazione, secondo il Prof. Galimberti, è molto semplice: la capacità di modificare l’ambiente che l’uomo ha acquisito con la tecnica, è di gran lunga superiore alla sua capacità di prevederne gli effetti.
Ed anche qualora gli effetti fossero chiari, non ne ha coscienza, perché non fa in tempo a “metabolizzarli” in una sola generazione.
Solito esempio: tutti sanno che il fumo uccide, ma l’industria del tabacco fattura 764 miliardi di dollari l’anno. Non c’è coscienza della sua pericolosità perché quando uno muore per cancro ai polmoni, non può tornare indietro, e ripensarci. “Ma tanto a me non capita…“ Ecco come si comporta l’uomo nei confronti del proprio habitat: “tanto a me non capita!”.
Alla luce di questo, come possiamo definirlo “intelligente”? Se per assunto l’intelligenza è proprio la capacità di immaginare scenari futuri (come definito dalla Treccani), com’è possibile che non sia in grado di governare anche le proprie decisioni in modo sensato? Dove sta sbagliando l’evoluzione?
L’evoluzione non sbaglia, perché non è né buona né cattiva, ma solo funzionale.
Quelle strane zampette che chiamiamo intelligenza stanno rispondendo alla funzione che la natura ritiene utile al momento. E non è detto che la natura (in senso “universale” e non antropologico) ci ritenga utili per sempre.
Concludendo, io credo che l’intelligenza non sia dell’uomo, ma che l’uomo sia il mezzo attraverso il quale essa può esplicitarsi. Come la conoscenza: le cose non cominciano ad esistere quando vengono “scoperte”, ma sono sempre state lì. Tuttavia l’egocentrismo dell’uomo parla sempre di “conquiste”. (La categoria del dominio è un aspetto culturale, che mi piacerà approfondire in un altro momento).
Io ritengo più coerente affermare che ogni scoperta dell’uomo è una “concessione” dell’universo, nella naturale ed ineluttabile direzione di quest'ultimo verso l’ ENTROPIA. E questa non è una teoria, ma una sintesi scientifica.

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Paleonto-Sofia

07/05/2020

(prima parte)
Anche per la società, come è successo in natura, siamo passati da una visione esclusivamente evolutiva, che prevede la nascita di nuove soluzioni in risposta a precise esigenze ambientali (strumentale), ad una visione evolutiva, combinata però con la cooptazione funzionale (expaptation. Per chi volesse approfondire consiglio una breve ma fondamentale conferenza del prof. Telmo Pievani in questo link: https://youtu.be/7dgzWGSRVy8). Cioè, se assimiliamo la società ad un animale, essa ha in sé una straordinaria ridondanza funzionale, che si esplicita in diverse forme, in conseguenza all' ambiente in cui vive.
Così lo stesso "genoma" umano può dar luogo a tipologie di aggregazione: democrazie, dittature, monarchie ecc. Ciò che è affascinante notare tuttavia, è il capovolgimento di causa effetto.
Anche per la tecnologia accade la stessa cosa, la quale non "cerca" con uno scopo, ma conferisce uno scopo a ciò che ha scoperto. Come in natura.
Io credo che anche la società, intesa come sistema di relazioni, stia seguendo il medesimo destino. Cioè la nostra sopravvivenza è garantita proprio dalla maggior percentuale di variabili ed inutilità. Come gli arti superiori dei dinosauri, che li rendevano piuttosto ridicoli all'epoca, ma che hanno consentito la nascita e l'evoluzione di una nuova specie: gli uccelli. (vedi la conferenza sopra citata)
La funzionalità è potenziale.
E arriviamo al tema dell'intelligenza.
Cos’è l’intelligenza? Probabilmente è il Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, ed elaborare modelli astratti della realtà…, come la definisce la Treccani.
Ma l’enciclopedia è redatta da uomini, ad uso esclusivo degli stessi. Proviamo ad uscire da questa “caverna platonica” per cercare di guardarla da fuori.
Essa sembra essere per l'umanità come l'arto ridicolo del dinosauro, che ci fa correre sgraziati in questo momento, ma che potrebbe farci volare, se finalmente riuscissimo a dargli la funzione che merita, o sarebbe meglio dire che serve.
Se sono le miserie dell'animo umano, che limitano le potenzialità dell'intelligenza, basterà limitarle e spostare sull'intelligenza sempre più funzionalità. Forse sarà l'evoluzione a farlo. Proprio come succede in natura. La critica a questo ragionamento è che l'intelligenza È nell'uomo, e non può essere slegata da esso.
Ne siamo così convinti?
Abbiamo talmente bisogno di sentirci indispensabili da dimenticare che l'universo è nato e vissuto senza di noi per 13 miliardi di anni senza alcun bisogno della "nostra" intelligenza o creatività.
 Sarebbe come dire che la relatività è di Einstein. Sbagliato! Einstein l'ha solo scoperta. L'intelligenza è una funzionalità e come tale è potenziale e non "appartiene" alla sfera umana, ma l'uomo è il mezzo attraverso cui essa esplicita sé stessa.
In questa visione, anche il termine "intelligenza artificiale" è ridicolo. L'intelligenza non può essere considerata artificiale solo perché indipendente dall'uomo.
Quindi se la società odierna fosse un animale, come evolverebbe?
Sarebbe destinata all'estinzione dando il via ad una nuova specie, come accaduto per i dinosauri, o riuscirebbe a ricodificare sé stessa?
Proverò ad immaginarlo nella seconda parte. 

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La Privacy

25/04/2020

Schizofrenia pura! Ma come? Non facciamo che lamentarci del fatto che l’economia deve crescere, che bisogna aumentare la produttività.
L’utilizzo dei dati serve solo a questo! A nessuno frega niente dei tuoi segreti. Amazon è diventato quello che è, perché è più comodo che andare a zonzo per 10 negozi a cercare quello che ti serve, e in cambio di questa comodità, loro sanno esattamente quello che ti serve! Ti senti tranquillo perché sei stato tu a dirglielo? Complimenti! Come dire: “che nessuno osi tagliarmi le palle, perché lo devo fare da solo!”
La tecnologia ha come scopo l’aumento dell’efficienza di qualsiasi sistema. Se non sei d’accordo, ed è legittimo al 100%, devi concentrarti sul motivo, non sul metodo.
Voler proteggere la propria privacy è una contraddizione in termini. Se è privata non lo sa nessuno! Se la condividi col tuo smartphone, perché è uno strumento che ritieni indispensabile, hai già tradito il principio stesso di “privato”. Fa parte del processo tecnologico di cui siamo vittime e carnefici. Se non ti piace, puoi pure continuare ad usare il cavallo! Non potrai andarci in autostrada, ma pensa che figo parcheggiarlo sul piazzale dell’azienda!
Se desideri un mondo dove sia tutelata la tua privacy, devi ripensarne uno dove i profitti, che derivano da essa, non siano l’unico obiettivo, a cui anche la tua stessa vita si inchina, inconsapevolmente (?).

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La Libertà

22/04/2020

La percezione della libertà rende liberi. Ma essendo la percezione stessa vincolata al nostro modo di percepire , la libertà esiste solo nella misura in cui noi la riteniamo tale. Essere libero non ha nulla a che fare con avere la libertà. Puoi avere la libertà di guardare senza essere libero di vedere. Inoltre si può aver paura solo di ciò che si conosce. mentre si prova angoscia per ciò che non si conosce . Questo è il motivo per cui, è più facile restare ancorati alla paura di ciò che si conosce (per quanto poco sia), piuttosto che vivere nell' angoscia, data dalla consapevolezza della propria ignoranza.
Vorrei un mondo più attento alla libertà di essere piuttosto che bramoso per la libertà di fare.